Dicono di noi: la parola ai partecipanti al #Freelancecamp

Il Freelancecamp è un evento di condivisione. Oltre ai numeri e agli sponsor c’è l’affetto dei partecipanti, i quali non solo crescono di anno in anno, ma soprattutto tornano alle edizioni successive. E raccontano cosa vuol dire, per loro, Freelancecamp.

 

Le parole dei Freelancecampisti…

200 modi di essere freelance, Mariachiara Montera:

Il primo Freelancecamp a cui ho partecipato è stato quello del 2013. Sarei stata una freelance diversa senza questo camp, avrei capito forse con più lentezza che non esiste una sola condizione o un solo modo di essere freelance, ma ce ne sono almeno 200 – quanti sono i partecipanti. Ognuno con una sua storia, con una sua esperienza, con una sua rete: sarebbe bello se questa diversità fosse un patrimonio personale e collettivo più evidente, più radicato.
E invece capita di perdersi ogni tanto, di desiderare di essere altro, più come quello, meno come quello. Di perdere la propria singolarità per delle aspettative, di non mostrarsi per timore del confronto o del conflitto. Sapere cosa ti piace fare, chi sei, in cosa investi e cosa vuoi ottenere quando sei freelance: partecipare al camp aiuta a trovare un po’ queste risposte, a capire quanto conta essere esattamente chi sei.

Freelancecamp 2017, Francesca Marano in C+B

Chi va al Freelancecamp: i freelance certo, le piccole agenzie, le multinazionali. È così inspiresciònal che tutti ci trovano un pezzetto di sé. […]
Se sei una dipendente in cerca di nuovi stimoli, per te o per la tua azienda, vieni.
Se sei la proprietaria di una piccola azienda, di un’agenzia e vuoi trovare collaboratori, vieni.
Se sei una multinazionale e vuoi fare brand awareness in quella nicchia o reclutare, vieni e meglio ancora sponsorizza.

Freelancecamp 2017: l’evento che fa bene a tutti, Roberta Zantedeschi – Vita da recuiter:

È un evento poco autoreferenziale che genera dubbi e riflessioni, oltre che un’occasione di formazione reciproca e di grande contaminazione (parola abusata, lo so, ma questo è!).
Perché nessuno di chi partecipa è certo che resterà libero professionista per tutta la vita: la maggior parte ha già lavorato in azienda, qualcuno è un ex imprenditore, qualcun altro è dipendente e non ha intenzione di lasciare il posto fisso, qualcuno ambisce alla libertà, qualcuno la teme, qualcuno è stanco, qualcuno non vuole arrendersi… e ciascuno ha ragione!

Freelancecamp 2017: La visione sbrodolosa di un evento professionale, Roberta Zantedeschi su Ratatouille – Non solo cibo:

Io vado al freelacecamp perché lì, fuori dal mio tubo, ritrovo un pezzo di me dentro le altre persone e perché ossigeno il cuore ancor prima dei neuroni. È il nostro pranzo di famiglia allargato, quello di quando rivedi il cugino che non incontri mai e la cognata che nel frattempo si è tinta i capelli di rosso.
È il momento tutto nostro, quello che da virtuali diventiamo reali: diventiamo carne, mani, occhi, baci, abbracci, brindisi, balli, carezze, pezzi di pizza condivisi, patatine spartite e figli ceduti a braccia affettuose e numerose.
Da digitali ad analogici, ogni anno, una volta all’anno, a Marina Romea, per circa 40 ore. Che sono poche ma sono intense e cariche di vitalità.

Freelance Camp 2017 – You gotta love it, Roberto Cortese:

È una di quelle occasioni perfette per rivedere amici, colleghi e like-minded people, ovvero professionisti che hanno una prospettiva del mondo decisamente aperta al cambiamento. La dinamicità di chi frequenta il Camp è qualcosa che mi stupisce ogni anno, è come se ci fosse un magnete che attira talenti verso Marina Romea una volta all’anno.

Cioccolata e Freelancecamp, Anna Busa su Solo pochi minuti:

Non ero lì per lavoro, almeno non quest’anno. Ero lì per ascoltare, imparare (non si finisce mai), scoprire. Ero lì per provare il piacere di incontrare la creatività, l’intelligenza, l’entusiasmo. La competenza e la professionalità. Ho partecipato con lo stesso spirito con cui mi regalo una mostra o la visita ad un museo. […] Non voglio evidenziare nessuno degli interventi, tutti hanno avuto il loro valore, tutti mi sono piaciuti. Ognuno con la sua particolarità: c’è chi ha usato il giusto tono di voce, chi ha giganteggiato, chi è stato più sfumato, chi ha preferito puntare sulla simpatia, chi è riuscito a turbarmi, chi mi ha fatto sorridere, chi mi stupito (e non è facile).  È stato bello. Dolce. Come la cioccolata.

 

Un Freelancecamp da urlo, Elena Augelli – Assistente virtuale:

Il Camp mi ha aiutata? Sicuramente sì, perché alcune persone conosciute l’anno scorso in carne e ossa le ho poi seguite sul web, imparando molto non solo da ciò che dicono anche da come lavorano.
Gli interventi che si ascoltano al Camp sono tutti molto interessanti, alcuni li senti più tuoi, altri sono comunque uno spunto per aprire il proprio modo di pensare, che per me è ossigeno.

FreelanceCamp 2017: emozioni e zanzare, Carlotta Cabiati – la tua commercialista:

È stato fantastico, atteso da tempo, goduto al 110%.

CardioMarketing al #freelancecamp, Patrizia Menchiari su Pulse:

Trovarsi in costume e ciabatte in spiaggia abbatte le distanze e rende questo evento emotivamente coinvolgente e riposante come una piccola vacanza. Grande energia, partecipanti di spessore, speech di qualità, organizzazione e location top, sole, mare e amore! Cosa chiedere di più a un evento?

Il (terzo) Freelancecamp non si scorda mai, Francesca Manicardi su Punto F:

Ci sono almeno 200 motivi per andare al Freelancecamp. Perché è un evento al di fuori del mio settore. Questo aspetto è stato determinante nel farmi scegliere di partecipare l’anno scorso ed è quello che mi ha portato più vantaggi.

Rientri e pensieri: riordinare le idee dopo il freelancecamp, Eugenia Brini:

Per me è stato importante e mi impegnerò per andarci ogni anno. Per conoscere persone, per farmi travolgere da informazioni e critiche costruttive, per mettermi alla prova (sogno di andare come speaker, ma non ditelo troppo in giro).

Tutte le strade portano al Freelancecamp, Nicole Zavagnin in Borninspring:

Non c’è un solo modo di essere freelance: c’è chi, come me, è un po’ Dottor Jekyll e Mister Hyde e cerca di coniugare le due cose, c’è chi vive un amore un po’ combattuto e “un anno è freelance e l’anno dopo lavora in azienda e poi torna di nuovo freelance che in azienda non ne potevo più ma”, c’è chi freelance non lo è ma sa dispensare suggerimenti utilissimi. E chi subisce il fascino dei benefit e dei budget dell’azienda, “boccione dell’acqua” incluso.

 

… e i loro sorrisi


E se ancora non ti basta, qui trovi tutti i i sorrisi e gli abbracci delle ultime edizioni. Altri li trovi – sempre su flickr – con #freelancecamp.

 

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